Il blog di ParsifalDesign
Nasce uno spazio nuovo, dove condividere e partecipare, saper ascoltare. Primo interlocutore
ParsifalDesign, grande protagonista l’utente curioso e attento, pronto a stimolare e a farsi stimolare.
May 02, 2018

Perché il Maitre?




(GUARDA IL VIDEO)



ORA Cosa c’entra con noi e con la nostra azienda tutto questo?

Proviamo tutti assieme ad immaginare che:
LA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA
non sia altro che il periodo economico che stiamo attraversando...
la crisi economica e sociale, la difficoltà delle imprese, disoccupazione,
calo del reddito e difficoltà nel far quadrare i conti.

Che l’uomo SIA UN IMPRENDITORE in cerca di qualcosa, o qualcuno,
che possa soddisfare i bisogni della sua azienda, che possa ricevere aiuto e consiglio.

Che il ristorante sia un’AGENZIA-LABORATORIO DI COMUNICAZIONE

Che il MENU con i suoi piatti dai nomi stravaganti sia un elenco di infinite possibilità odierne di comunicare,
da quelle tradizionali a quelle più innovative.

E noi, (inteso come ParsifalDesign) chi siamo?
il Maître, naturalmente.
Più precisamente il Maître Communicateur, come potete vedere stampato in qualsiasi nostro comunicato cartaceo e scritto sul web.

Voi tutte sicuramente vi state chiedendo perché IL MAITRE COMMUNICATEUR?

Beh, oggi che i cuochi sono delle STAR chiamati a dira la loro su qualsiasi argomento,
e trasmissione, SEMBRA UNA CONCESSIONE ALLA MODA.

E INVECE, NOI CI DEFINIAMO COSI DA MOLTI ANNI, ParsifalDesign è nata nel 1991.
Perchè il MAITRE è una figura che ben identifica alcuni aspetti fondamentali della nostra stupenda e meravigliosa attività.

Il MAITRE... Ora voglio spiegarvi il perché, innanzitutto,



il Maître è uno PSICOLOGO: accoglie e consiglia il cliente, in base ai suoi desideri.
Ovvero, sa ascoltare e capire le esigenze di un’azienda e i suoi obiettivi di comunicazione, e sa comprendere chi ha di fronte e suggerirgli soluzioni ad hoc per lui.
Tutto questo per un solo obiettivo, il benessere dell’azienda... da tener presente, “senza farmaci e senza psicoterapia”.



Seconda cosa è un ESPERTO:
conosce perfettamente quello che propone.
Ovvero, analizza mercato e concorrenza, studia strategie, le potenzialità di un prodotto, si tiene aggiornato, verifica in anteprima le possibilità offerte dai nuovi media.
In un mercato sempre più competitivo, la chiave vincente è DISTINGUERSI.



Il maitre è un MANAGER:
organizza e coordina un team di persone, assicurando che tutto funzioni alla perfezione.
Ovvero, offre l’indispensabile supervisione e l’assistenza durante ogni fase della produzione,
la realizzazione del visual, lo studio e la creazione dei finish layout ecc ecc.



Non dimentichiamo inoltre che il maitre è un CREATIVO:
ha idee e suggerimenti, proposte inedite e persuasive, ama il suo lavoro,
e lo fa con la massima passione.
Ovvero, nel nostro caso, ha il gusto di comunicare.
E non pensiate che sia una cosa comune.


Ah, dimenticavo.
C’è un’ultima analogia. Il Maitre suggerisce ricette squisite.
Come avviene anche da noi, grazie alle eccezionali doti culinarie di chi lavora in ParsifalDesign.
Quando verrete a trovarci, potrete scoprirle di persona.

(clicca qui e guarda il video)




February 17, 2017

Scopri, guarda, pubblica, condividi, trasmetti.

Instagram è uno dei social network in più rapida crescita, una community che ha appena raggiunto i 600 milioni di utenti, 9 milioni attivi in Italia.
Attualmente è il 3° Social con più fruitori nel mondo (2° YouTube, 1° Facebook) Il 59% usa Instagram almeno una volta al giorno e il 35% di loro visita la piattaforma più volte nell’arco delle 24 ore.

Tra questi ci sono anche migliaia di piccole-medie imprese, come la nostra, che utilizzano Instagram per dare maggiore visibilità ai propri prodotti o servizi e raggiungere sempre più clienti tramite la forza delle immagini. Questo social è una piattaforma ideale dove poter mettere in mostra la propria creatività, passione e capacità.

Nel nostro caso, la pagina parsifaldesign_creative è utile per condividere contenuti che raccontano i nostri progetti (di tutti i giorni), le nostre strategie o la location in cui ci troviamo, permettendoci così di avvicinarci ai clienti e quindi di interagire con loro.
Instagram è infatti il canale migliore per comunicare emozioni attraverso immagini e video, raccontando l’identità e i valori della propria azienda.

#parsifaldesign
#ilgustodicomunicare
#be_creative
#passione

Date sfogo alla vostra creatività e seguiteci su @parsifaldesign_creative
October 07, 2016

I 100 brand che valgono di più

DESIGN - BRAND - COMUNICAZIONE
Queste le parole-chiave, i concetti da cui ParsifalDesign parte ogni volta per raccontare la storia di un prodotto, di un'azienda. 
Un cammino entusiasmante, dove protagonisti sono l'idea e la sua espressione, il segno e l'immagine, il colore e la sintesi formale, la parola.

Apple e Google in testa ma crescono retail e lusso, solo 2 italiani in classifica
È l’ambasciatore dell’azienda ed è il “modo” con cui i consumatori si relazionano essa e fanno esperienza dei suoi prodotti e servizi. Per quanto intangibile, il brand è quindi per le aziende un attributo ad alto potenziale economico e uno dei principali driver di crescita tanto che, in dieci anni il valore complessivo dei 100 maggiori brand a livello globale è quasi raddoppiato, passando dai 1.156 miliardi di dollari del 2007 ai 1.796 miliardi del 2016, con un incremento del 4,8% solo nell’ultimo anno.

Gli indicatori di valore economico
A dirlo è il report 100 Best Global Brands appena pubblicato da Interbrand, che per quantificare il valore economico dei brand utilizza una metodologia di analisi basata su tre macro indicatori: la performance finanziaria dei prodotti o servizi contraddistinti dal brand, il ruolo del brand nel processo di decisione d’acquisto da parte dei consumatori e la forza competitiva del brand, incluso il suo profilo di rischio.

I brand che valgono di più
Il ranking 2016 conferma il dominio dei brand tecnologici, con Apple e Google al vertice. Il primo ha guadagnato il 5% nell’ultimo anno e ora vale 178 miliardi di dollari e il secondo ha incrementato il proprio valore dell’11% toccando quota 133 miliardi. Coca-Cola perde il 7%, ma mantiene la terza posizione, con un valore di brand pari a 73 miliardi di dollari, seguita da Microsoft (72 miliardi) e Toyota (53 miliardi) anch’essi in crescita. Gli altri brand nella top ten sono IBM, Samsung, Amazon, Mercedes-Benz e General Electric: tutti – con l’eccezione di IBM, che ha perso il 19% – con valori incrementali rispetto all’anno scorso.

I settori best performer
I brand tecnologici dominano la classifica con 29 posizioni e primeggiano anche per incremento di valore anno su anno: ad avere guadagnato di più sono infatti due campioni del mercato digital come Facebook (+48%), al 15° posto con un valore di 32 miliardi, e Amazon, a +33%, seguiti da brand più tradizionali come Lego (+25%) e Nissan (+22%). Complessivamente però i settori in cui il valore aggregato dei brand è cresciuto più rapidamente sono quello del retail (+19%), dove spiccano i cross-settoriali Amazon ed eBay insieme a Ikea, quello del lusso (+10,4%) con le ottime performance della new entry Dior e di Hermès, e quello sportivo (+10,2%) con Adidas e Nike a detenere i record di crescita del comparto.

Il piccolo presidio italiano
Come lo scorso anno, la valutazione di Interbrand lascia pochissimo spazio ai brand italiani: solo Gucci (che peraltro è di proprietà francese) e Prada sono presenti in classifica. Gucci è al 53° posto con un valore di brand di 9,3 miliardi di dollari, in aumento del 6% rispetto all’anno scorso; Prada invece è sceso di 12 posizioni ed è all’81° posto con un valore di 5,5 miliardi, il 12% meno dell’anno scorso. Perché un così limitato presidio, visto che anche altri brand italiani sono un riferimento sul mercto internazionale? La risposta è che l’Italia paga la dimensione relativamente piccola delle sue imprese: i brand italiani, pur avendo influenza e reputazione, si muovono su perimetri economici troppo ridotti per misurarsi con i competitor di dimensioni più globali.



Tratto da "event report" il 6 ottobre 2016


July 07, 2016

La comunicazione della sostenibilità.

La comunicazione di sostenibilità non punta solo a vendere, non usa i paradigmi della persuasione ma punta a informare, rafforzare un posizionamento e una reputazione aziendale, a diffondere un nuovo standard culturale. Allo stesso modo la comunicazione di sostenibilità non è rivolta solo ai clienti ma a fornitori, pubblica amministrazione, sistema del credito, comunità locale, gruppi di pressione, e ha anche un forte impatto a livello di comunicazione interna.
Se la comunicazione arriva dopo un processo di revisione dei processi e dei prodotti il compito principale della comunicazione di sostenibilità è quello di tradurre in modo fribile e coerente per i vari stakeholders quelle che sono le evidenze di un percorso che ha solide fondamenta tecniche e normative.
La comunicazione deve essere chiara, attendibile, confrontabile, accurata e rilevante e deve essere in grado di bilanciare creatività e razionalità, emozione e tecnicismo, formalità e informalità. Una comunicazione che, pur non appoggiandosi a media specifici in quanto utilizza i mezzi della comunicazione tradizionale, richiede competenze e approcci specifici.

di Federico Rossi
tratto da “Advertiser communication strategies” n.4 maggio 2016

February 10, 2016

Una legge contro lo spreco alimentare. La Francia obbliga i supermercati a donare il cibo avanzato.

Otto milioni di tonnellate di cibo in meno nel cestino ogni anno. É questo l’obbiettivo della ‘legge contro lo spreco alimentare’ approvata lo scorso  4 febbraio in Francia, che trasforma in reato gettare cibo ancora utilizzabile. I supermercati sopra i 400 metri quadrati ora saranno obbligati a donare gli alimenti ormai prossimi alla scadenza e non più vendibili ad organizzazioni caritatevoli. Chi non rispetta questo obbligo può venir punito con una multa fino ai 75 mila euro o addirittura con due anni di reclusione.

Pratiche che dovrebbero tramutarsi in un aiuto concreto per i quasi 3,5 milioni di cittadini poveri francesi che usufruiscono quotidianamente di mense gratuite. Questa legge incentiva poi l’utilizzo delle ‘doggy bag’ nei ristoranti e seminari contro lo spreco alimentare da introdurre nelle scuole.

La Francia è il primo paese al mondo ad adottare una legge in materia, e si tratta di un importante passo in avanti verso una grande rivoluzione culturale. In Italia la proposta di legge ‘Spreco Zero’ è invece in discussione da aprile in Parlamento ed entro il 2016 si dovrebbero vedere i primi risultati. Una presa di coscienza che quindi si auspica possa coinvolgere presto anche il resto dell’Unione Europea, dove ogni anno in totale si gettano 90 milioni di tonnellate di cibo.

Una questione quella dello spreco alimentare che però non è solo di carattere etico ed umanitario, ma anche e soprattutto di carattere economico. A livello mondiale si calcola infatti in 1000 miliardi di dollari all’anno lo spropositato costo di questo cattivo consumo, senza contare l’impatto ambientale che quasi triplica la cifra. E un rapporto Ime  (Institution of Mechanical Engineers) ha calcolato circa due miliardi di tonnellate di alimenti commestibili, praticamente la metà di quelli prodotti, che finiscono nella pattumiera ogni anno e ha invocato un urgente cambio di mentalità. Una tematica quindi che è entrata sempre di più nella nostra attualità e che infatti ha riguardato anche il recente Expo di Milano. Un primo passo in avanti, per ora, in Francia è stato fatto. Ora si attende una risposta anche dal resto dell’Europa.

Luca Perin
September 16, 2015

Ritorno alla terra. I "nuovi" contadini sono sempre più giovani.

Sono motivati, preparati e pieni di iniziativa: i "nuovi" contadini sono sempre più giovani ed intenzionati a creare imprese di successo, possibilmente nel rispetto della biodiversità.

Il futuro è nella terra, tanto che sempre più giovani tornano a fare i contadini. I dati di un sondaggio Coldiretti/Ixè, del resto, parlano chiaro: il 57% dei giovani preferirebbe gestire un agriturismo, piuttosto che lavorare in una multinazionale (18%) o in banca (18%). Le potenzialità del comparto agricolo sono dimostrate anche dal successo crescente degli istituti agrari, che hanno registrato un aumento del 39% nelle iscrizioni. Le ragioni di questo nuovo trend sono dovute soprattutto alla passione che i giovani dimostrano per la terra e le professioni agricole, come ci spiega Maria Letizia Gardoni, delegata nazionale di Coldiretti Giovani Impresa: "la maggior parte dei giovani è diventata imprenditore agricolo per passione, quindi seguendo una scelta personale. Hanno capito che possono realizzarsi nel settore agroalimentare italiano, fare investimenti sulla propria vita, crearsi una famiglia e continuare a vivere in Italia, facendo il lavoro da loro voluto"....

Gli Oscar Green, fucina di talenti.
La massiccia presenza dei giovani in agricoltura è testimoniata anche dalle numerosissime domande di partecipazione agli Oscar Green, il concorso promosso da coldiretti Giovani Impresa, che ha l'obiettivo di valorizzare le nuove realtà imprenditoriali italiane del settore agricolo e premiare coloro che sono stati capaci di emergere grazie a un modello di impresa innovativo e sostenibile, facendo rete e rinvigorendo l'economia locale, per affrontare e superare insieme le difficoltà economiche. Il concorso ogni anno raddoppia il numero di iscritti ed ha raggiunto una partecipazione generale di oltre 5.000 imprese, 1.500 per il 2015. Le categorie del premio sono diverse, tra cui: Impresa 2.Terra, Campagna Amica, We Green, Fare Rete.
....

Estratto da "Casa Naturale" settembre/ottobre 2015 - Morelli Edizioni
January 09, 2015

L'importanza del logo per un brand.

Il logo è una componente essenziale per la costruzione della brand identity, spesso sottovalutato, è in realtà il primo segno distintivo della vostra azienda. Dai biglietti da visita alla carta intestata, dal sito web alla pubblicità il logo è l’elemento rappresentate per eccellenza ed ha un forte impatto sulla percezione che i consumatori avranno della vostra attività.
Realizzare un logo ex novo o operare un restyling su qualcosa di già esistente sono operazioni molto delicate che segneranno il posizionamento della vostra impresa per gli anni successivi, per questo è sempre meglio affidarsi a professionisti per operazioni di questo genere.
In ogni caso se state pensando di creare un nuovo logo o rinfrescare quello vecchio ecco alcuni consigli da seguire:
• In caso di nuova attività è consigliabile inserire il nome all’interno del logo per aumentarne la riconoscibilità. Lasciate alle multinazionali la possibilità di essere riconosciute con un semplice schizzo.
• Effettuare un’analisi a priori su quali siano i valori e il messaggio che la vostra azienda vuole trasmettere al pubblico. Chiedetevi perché avete avviato l’attività, cosa vorreste che la gente percepisse di voi, quali sono i valori e le motivazioni che vi spingono.
• Il bianco e nero può essere utilizzato in ogni contesto, non è la scelta migliore in assoluto però è sempre meglio pensarci prima di immaginare loghi dai mille colori che poi stonerebbero nel loro contesto di utilizzo.
• Semplicità e creatività sono le chiavi vincenti, essere creativi non vuol dire solo creare immagini spettacolari ma anche cose semplici che però siano facilmente riconoscibili e memorizzabili.
• Inserite il vostro logo ovunque: carta intestata, sito web, biglietti da visita, etc.

Vincenzo Canciello












November 05, 2014

Piume, oche e crisi aziendali. Il caso Moncler.

Il caso scoppiato a seguito del servizio della trasmissione televisiva Report sulla produzione dei prodotti del famoso marchio Moncler mi ha fornito l’assist perfetto per tornare a parlare di crisis manangement.
Quello che è successo rende evidente agli occhi di tutti cosa possa essere una crisi aziendale. Lo scoppio di una crisi può essere paragonato a una reazione chimica, perché questa avvenga sono necessari tre fattori: un episodio scatenante, un ambiente favorevole in cui propagarsi e un contesto amplificatore.
Nel caso specifico l’episodio scatenante è stato la messa in onda del servizio in televisione. La presenza di un ambiente favorevole dipende dalle posizioni dell’opinione pubblica sul tema al momento dello scoppio dell’episodio, il reportage trattava temi sui quali i cittadini sono molto sensibili: tutela degli animali, delocalizzazione selvaggia con conseguente perdita di posti di lavoro e rincaro eccessivo dei costi sui prodotti. Infine, il contesto amplificatore è l’effetto di propagazione generato dai media. Una crisi di cui nessuno ha notizia non esiste, semplicemente perché i media sono parte integrante e imprescindibile della crisi. La loro ricerca dello scandalo, le pressioni, le drammatizzazioni sono gli elementi che forse ci rimangono più impressi durante una crisi.
Nell’ottica dei media un episodio diventa immediatamente il sintomo di un problema più grande in cui bisogna scavare alla ricerca d’informazioni, le organizzazioni che non sono pronte a gestire l’assedio mediatico ne rimarranno inevitabilmente schiacciate.

La risposta sui social media del popolo d’internet non si è fatta attendere: le riposte ai post facebook dell’azienda sono passate da una media di 30 agli oltre 1800 dal 2 Novembre. Su Twitter ugualmente Moncler è passata dall’essere citata una decina di volte al giorno alle oltre 3000. Tutto questo senza che ci sia mai stata una risposta alle domande degli utenti da parte dell’azienda.

Le crisi, se non accuratamente trattate, possono generare danni enormi dal punto di vista economico e della brand reputation. Il titolo Moncler ha perso il 5% in borsa a seguito della messa in onda del servizio e si trova attualmente ad affrontare una crisi reputazionale molto profonda.
La risposta dell’azienda a tutto questo è stata il quasi parziale silenzio. Sono stati pubblicati un paio di annunci stampa sui profili social e il sito web rifiutando in maniera categorica le accuse mosse, parandosi dietro un codice etico e lasciando tutto in mano agli avvocati.

Ora, onestamente, io non posso credere che una società così grande non riesca a immaginare una strategia di risposta più efficace di questa. Dato per scontato che non si possa prendere per oro colato tutto quello visto nel servizio, una società quotata in borsa ha l’obbligo di rispondere su questioni così importanti in maniera chiara, aperta e onesta, soprattutto se messa a conoscenza dell’arrivo della tempesta, a dire della Gabanelli era stato chiesto un confronto con l’azienda prima della messa in onda.
Non può essere più sufficiente per un’azienda ripararsi dietro un dito, rifiutarsi di rispondere minacciando azioni legali senza portare le prove di quello che si dice. Si rischia solamente di sembrare ancora più colpevoli pagando così alla fine uno scotto maggiore. La risposta di Moncler mi ricorda sotto certo aspetti la triste vicenda della Thyssenkrupp, ovviamente quest’ultima molto più drammatica, per la confusione e la cattiva gestione della situazione da parte del management.

Moncler, per quanto riguarda la questione sulla tutela degli animali, avrebbe potuto scusarsi pubblicamente dichiarando che avrebbe fatto il possibile per il ritorno alla regolarità nel più breve tempo possibile o rifiutare totalmente le accuse mosse portando le prove delle proprie ragioni, di certo non basta pubblicare un codice etico autoprodotto.

Sui temi riguardanti la delocalizzazione e il rincaro sul costo dei prodotti, Moncler è un’azienda e in quanto tale ha come obiettivo primario fare profitto. Chi si scandalizza di tali comportamenti è un puro ideologo, dal momento in cui gli enti governativi e la legge lo consente un’azienda non ha nulla da giustificare. Se veramente credete che un piumino valga 800 euro siete liberi di comprarlo, il servizio di Report non tiene comunque conto di molti altri fattori di spesa per la produzione e la commercializzazione di quei capi.
Molto più grave è, dal mio punto di vista, la questione morale legata al fatto di fare molti soldi riempiendosi la bocca della dicitura made in Italy per qualcosa che non è fatto in Italia, non porta ricchezza al nostro paese ma anzi la togli portando via posti di lavoro e impoverendola facendo perdere tecniche e conoscenze artigianali che erano una volta il nostro punto di forza. Ma per risolvere questo problema basterebbe fare una cosa molto semplice, leggere l’etichetta e vedere se è veramente made in Italy.

Vincenzo Canciello
June 11, 2014

Pillole di issue management.

Poche settimane fa ho iniziato a trattare un argomento per me di grande interesse: la gestione del danno reputazionale di un’impresa in una situazione di crisi reale o potenziale. L’episodio più recente, punto di partenza per queste riflessioni è stata l’esperienza vissuta dalle due principali multinazionali del beverage a seguito di una protesta nata via web per la presenza di un ingrediente considerato nocivo nelle loro bibite.
In casi come questo non si può parlare di vera e propria crisi, che per definizione è una situazione eccezionale che rischia di sconvolgere la stabilità aziendale, una caso alla Concordia per intenderci, ma di issue ossia una situazione potenziale che deve essere tenuta sotto controllo dall’impresa perché non degeneri.
Casi celebri negli ultimi anni quelli di Patrizia Pepe con la protesta montata via web riguardo alle foto che ritraevano ragazze molto, troppo, magre sfociata poi sui grandi media nazionali oppure le immagini dei due dipendenti di Domino’s Pizza che maneggiavano i cibi in maniera poco igienica, diffuse sui social network.
Innanzitutto definiamo l’issue come “una condizione, magari conseguente a un evento interno o esterno all’organizzazione, che protraendosi può avere considerevoli riflessi sul funzionamento o sulla performance della stessa, o sui suoi interessi”

La consapevolezza della necessità di una metodologia per la gestione di queste situazioni nasce negli Stati Uniti attorno alla metà degli anni ’70 ad opera di Howard Chase, uno studioso americano, che lamentava la lentezza nella risposta delle imprese statunitensi all’insorgere di tali issues che le costringeva ad accettare passivamente imposizioni ed obblighi legislativi senza avere voce in capitolo. Secondo Chase era tempo che l’industria americana si mostrasse come membro adulto della società civile e, in quanto tale, avesse diritto di parola nelle decisioni che la riguardavano.
Con il passare degli anni la disciplina ha abbracciato un numero di situazioni sempre maggiore espandendosi dall’analisi dei possibili cambiamenti legislativi a tutti i casi che possano trasformarsi in una minaccia per l’azienda come ad esempio la comparsa di un nuovo competitor, la pubblicazione di una ricerca che influenzi il settore di mercato in cui lavora l’impresa, il cambiamento interno di alcune procedure e recentemente la gestione di contenuti negativi presenti nel web. Si tratta di avvenimenti che nella maggior parte dei casi non incidono sulla performance aziendale ma che è giusto tenere sotto controllo per essere pronti in caso le condizioni mutino.
Il fattore determinante nella trasformazione da issue a crisi è il ruolo che i media hanno nella vicenda, un’issue emergente o una crisi di cui nessuno ha conoscenza in pratica non esistono. I media aiutano il formarsi di un’opinione pubblica che può essere orientata trasformando la voce del singolo su un blog o un social network in una protesta di massa che diventa una situazione di crisi.

Ecco alcuni consigli per monitorare la presenza e gestire queste issues prima che scoppino arrecando dei grattacapi alle imprese:

• Tenere sotto controllo l’attività dei competitor e degli organismi di regolazione.
• Leggere sempre le riviste del settore d’interesse per tenersi sempre aggiornati, tenere sotto controllo anche la stampa commerciale, i mezzi di comunicazione di massa e    i social network.
• Assegnare un numero limitato di issue a diversi membri del personale, possibilmente assegnare issue riguardanti il settore di competenza in modo da tenere sotto controllo in maniera adeguata lo sviluppo della situazione.
• Predisporre anticipatamente un repertorio di informazioni utili e dati che possano essere facilmente reperibili e consultabili in modo che la risposta sia il più veloce  e certa possibile.
• Nel caso in cui l’impresa operi in un settore che possa arrecare rischi alla salute, alla sicurezza o all’ambiente preparare un database tecnico-scientifico contenete informazioni sensibili come ad esempio la sicurezza nel lungo periodo di un farmaco, l’integrità dei sistemi di monitoraggio delle condizioni igieniche nella produzione alimentare, la frequenza dei controlli periodici di qualità e sicurezza, la casistica degli incidenti negli impianti industriali, le valutazioni d’impatto ambientale, le best practices adottate per il contenimento nel caso di rischio di contaminazione inquinamento da prodotti chimici, etc
• Attivare in tempo di quiete una rete di relazioni con persone influenti è molto importante per poi trovare supporto quando l’organizzazione si troverà ad affrontare una situazione problematica, queste persone possono essere: accademici, giornalisti, comitati scientifici di riviste specializzate, autorità di regolazione, associazioni industriali e sindacali, formazioni politiche locali, nazionali e internazionali, gruppi d’interesse locali.

Infine:

• Utilizzare un metodo flessibile e creativo per escogitare eventuali contromisure nei confronti di competitors, modifiche del quadro normativo e iniziative di posizionamento dell’impresa.
• Pensare sempre positivo e incoraggiare lo spirito d’iniziativa: non accontentarsi di una strategia difensiva di fronte a degli imprevisti ma cercar di ricavarne un vantaggio grazie al supporto di opinion leaders, dei media e del pubblico in generale.

Ovviamente si tratta di una lista di consigli parziale, ed è bene sottolineare che ogni situazione necessita di una risposta ad hoc per questo l’esperienza e la sensibilità dei manager che si trovano a dover gestire queste vicende fanno spesso la differenza tra un caso di successo ed un fiasco colossale. Per approfondire l’argomento si possono trovare svariati testi.

Al prossimo capitolo.

Vincenzo Canciello
May 15, 2014

Consumatori digitali e imprese.

Avrete probabilmente letto negli scorsi giorni del caso riguardante l’ingrediente “tossico” presente nei prodotti delle aziende Coca-Cola Company e PepsiCo, i due colossi del beverage sono stati costretti a sostituire l’ingrediente grazie all’attivismo di una diciassettenne americana che attraverso una petizione online è riuscita a raccogliere oltre 200.000 firme portando così all’attenzione pubblica il caso.
Ci sono un paio di cose da chiarire riguardo questo episodio: innanzitutto l’elemento in questione riguarda solo le bibite vendute negli USA, il BVO (Brominated Vegetable Oil) è da anni vietato dall’UE, quindi non correte in frigo a controllare gli ingredienti delle vostre bibite. In secondo luogo, seppur la notizia passi come recente vista l’ammissione, tardiva, di Coca Cola si tratta di un caso abbastanza vecchio, di oltre un anno fa. PepsiCo avvertendo i segnali di una possibile crisi aveva, infatti, risposto prontamente sostituendo il BVO presente nelle famose bibite Gatorade con altri ingredienti più salutari.

L’episodio ci serve come espediente per parlare del ruolo nuovo che hanno i consumatori grazie ad internet, mezzo attraverso cui recepiscono informazioni, si creano un’idea che poi diffondono sempre attraverso la rete chiudendo così il cerchio, oggi vengono definiti prosumer: consumatori e produttori d’informazioni allo stesso tempo.
I nuovi consumatori evitano l’acquisto di prodotti o servizi di certe imprese perché disapprovano i loro trascorsi sotto l’aspetto sociale, ambientale ed etico. Sono “concerned consumers”, consumatori “etici”. Questa nuova fascia di consumatori è disposta a premiare le aziende ritenute virtuose andando anche incontro a una spesa maggiore.
Non solo questo, i consumatori etici sono propensi a invitare gli altri a seguire il loro esempio raggiungendo migliaia di persone tramite i social media. Sono molto attenti a quanto si scrive, di buono e di cattivo, sul comportamento delle imprese, s’informano modificando i loro comportamenti d’acquisto sulla base di quanto saputo e sono spesso molto attivi sui social network invitando i loro “conoscenti” a comportarsi come loro. 
Nel mondo dominato da internet i consumatori si uniscono sulla base dei più svariati interessi formando dei grandi gruppi suddivisi per grandi tematiche definiti cluster: possono riguardare la politica, l’economia, un credo religioso, un tipo di tecnologia, l’alimentazione, lo sport. Quando questi gruppi si fanno più ristretti e incentrano il loro interesse su un determinato brand, prodotto, personaggio pubblico, partito politico, ecc… vengono invece definiti community.
Le community sono in pratica trasposizioni online di aggregati di persone interessate ad uno stesso argomento che altrimenti difficilmente potrebbero comunicare tra loro a causa dei limiti spaziali che le separano.
I nuovi consumatori informano altre persone attraverso campagne d’azione dirette via web aumentando il rischio d’immagine per ogni impresa considerata non virtuosa, il caso da cui siamo partiti è solo il più recente di tanti.
La presenza sempre più invasiva nella vita di tutti i giorni d’internet può essere vista positivamente o negativamente, ci sono varie scuole di pensiero al riguardo, l’importante è che non venga vista con indifferenza. Imprenditori e manager se ne facciano una ragione, le loro imprese devono adattarsi, il web è destinato ad essere il nuovo ambiente in cui vivere ed essere “web-friendly” il nuovo carattere dominante.

In questo post avrei voluto parlare di issue management ossia le migliori metodologie di risposta da parte di un’impresa a una condizione, dovuta a un evento interno o esterno all’impresa, che protraendosi può avere considerevoli ripercussioni sul funzionamento o sulla performance della stessa, o sui suoi interessi. Mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile senza fornire un’introduzione sul nuovo ruolo che i consumatori hanno assunto grazie al web, per questo rimando un discorso più approfondito sull’argomento al prossimo post.

Vincenzo Canciello

 
April 23, 2014

Pasta hackers al Ventura Lambrate del Fuorisalone.

Curata da Stefano Maffei, Mondopasta è la mostra che si è appena conclusa presso Subalterno1 a Milano, nell'ambito del circuito Ventura Lambrate del Fuorisalone. Non solo un esercizio di stile intorno al simbolo della tradizione culinaria italiana, ma “una nuova esperienza di processo, di prodotto e di senso”. Sette gli studi invitati a partecipare, sette le risposte progettuali, differenti per oggetto di indagine, materiali impiegati, tipologia di sperimentazione. Il risultato? Sul tavolo, sette inviti a riflettere sul modo in cui si prepara, si gusta, si 'vive' la pasta.

Stracotto al dente, Massimiliano Adami con la collaborazione di Francesco Tarantino. La macchina per pasta Imperia hackerata produce spaghetti di dimensioni differenti, per stimolare la percezione tattile del gusto, più o meno al dente.

Nonnabot, Francesco Bombardi + Marcello Ligabue. La stampante 3D è stata hackerata sostituendo all'estrusore una lama per tagliare la sfoglia: in questo modo è possibile definire la forma con controlli da tablet e smartphone.

Uncut, Francesca Lanzavecchia + HunnWai. Lo spaghetto condiviso di Lilly e il vagabondo ispira l'hackeraggio della stampante 3D, che produce un unico, lungo spaghetto.

La collezione del DR.K, Claudio Larcher. Un riferimento ironico ai macchinari che invadono le nostre cucine: tre robot con un estetica anni '50 contengono strument itradizionali: mattarello, rullo, elementi per stendere la pasta.

Bipasta, Brian Sironi + GiuliaTacchini. Una ricetta e un utensile per dare vita a una pasta proteica, grazie all'impiego della farina di grillo. Gli elementi sistampano con un timbro ottenuto in prototipazione rapida.

Nigredo, Tecnificio. Con una pistola per tatuaggi hackerata e l'inchiostro nero di seppia, le lasagne vengono 'tatuate' con disegni e simboli grafici.

Zag, Alessandro Stabile. Il perimetro della pasta tagliata determina l'esperienza del gusto: il set di rotelle stampate in 3D è una ricerca intorno a forma e gusto.


di Valentina Fini
tratto da "Ottagono" Design Architecture Magazine




 
December 05, 2013

La filosofia della partecipazione.

Si scrive User Generated marketing, si legge “partecipazione”. Una delle nuove frontiere del panorama pubblicitario vive di condivisione, di socialità, di web e di passioni, lì dove il brand chiama a raccolta i propri fan e affida loro, in parte, il proprio marketing.

Siamo tutti creativi. Siamo tutti marketer. Siamo tutti pubblicitari, creatori di contenuti, generatori di potenza mediatica e portatori di idee vincenti. ... La semplice filosofia dello User Generated Marketing sta proprio qui: siamo noi che ideiamo, sviluppiamo, diffondiamo campagne marketing di numerose aziende, che decidono, a fianco del tradizionale supporto di agenzie e consulenti strategici, di lasciar fare alla propria base, al proprio bacino d’utenza. Una filosofia possibile nel mondo del 2.0, una filosofia possibile in un mondo dove la terza nazione più popolosa è un social network...

A parlare così, però, potrebbe sembrare che questa tipologia di campagna sia lasciata un po’ al caso, sia lanciata dal brand che si vuole pubblicizzare e poi abbandonata completamente in mano agli utenti. Non è così: il brand c’è sempre, rimane accanto per tutta la campagna a fianco del sostenitore, del fan, del compratore; osserva, raccoglie dati, riflette sul da farsi, e al momento decisivo interviene, magari con un premio e il ringraziamento a chi l’ha supportato. ...La condivisione, il vero potere social, permette di raggiungere traguardi  notevolissimi, andando a coinvolgere attraverso i semplici “like” e “share” (senza dimenticare poi i sondaggi) tantissimi utenti.

E questo il brand lo sa, si rende conto che il modo migliore per comunicare verso il “basso”, verso i propri fan, è scendere dal piedistallo e guardare con occhi nuovi, con occhi appassionati, i pregi e i difetti del marchio. Guardarlo non dal punto di vista aziendale, ma emozionale.


di Fabio Sarpa
tratto da “AdV strategie di comunicazione” n.7 settembre 2013


June 11, 2013

Le app spingono la new internet.

32 milioni di smartphone e oltre 3,5 milioni di tablet presenti nel nostro Paese a fine 2012, che diventeranno rispettivamente 52 milioni e 20 milioni nel 2017. Un parco di device che sposta gradualmente sul mobile molte delle attività svolte in rete, mentre le app assumono un ruolo-chiave nello sviluppo del nuovo paradigma di internet.

Secondo le valutazioni di Gartner, l’anno scorso sono state downloadate oltre 45 milioni di app: un numero stratosferico, che però è ancora piccolo rispetto alle attese per un futuro anche prossimo. Nel 2016, infatti, sempre secondo Gartner, le app scaricate raggiungeranno i 300 miliardi, emettendo a segno una crescita di dieci volte nel giro di cinque anni. ...

... In un panorama così promettente è stata senza dubbio una confortante notizia il premio dato per la miglior applicazione al mondo assegnata durante l’ultimo Mobile World Congress proprio a un prodotto italiano, Atooma, sviluppata da un team di quattro ragazzi sotto i trent’anni. Un successo che è stato accompagnato dalla presenza in short list di un’altra app tricolore, CircleMe, esempio di una nuova generazione di social network basati, oltre che sui rapporti personali, sull’interazione tra gli utenti in funzione delle loro passioni e dei loro interessi.
Al di là di queste singole punte di eccellenza, tuttavia, conta il fatto che il mercato italiano delle app rappresenti da solo il 20% di quello europeo: una base su cui costruire imprese capaci di competere davvero, e non replicare la asfittica situazione venuta a crearsi nel comparto dei video games, in cui, la carenza di risorse sta strangolando - al di là delle intuizioni e delle capacità individuali - un intero settore industriale. ...

... Crescita esplosiva della new internet
Le opportunità offerte dalle app, comunque, rappresentano un terreno su cui investire. Lo dimostrano i numeri in gioco. L’osservatorio New media & New Internet del Politecnico di Milano, pubblicato a metà marzo, rileva - a fine 2012 - circa 32 milioni di smartphone e oltre 3,5 milioni di tablet presenti nel nostro paese, numeri che si proietteranno rispettivamente a 52 milioni e 20 milioni nel 2017. ...

di Massimo Bolchi
tratto da “AdV strategie di comunicazione” n.2 marzo 2013
                                                                                                                        
December 10, 2012

Aggregare per coinvolgere.

Ben otto milioni di milioni di italiani fanno parte di community legate a brand o aziende, mentre circa un milione e mezzo le visita quotidianamente. Un dato quantitativo che merita una lettura qualitativa. Nonostante, quando si parla di strategie di social branding, il pensiero delle aziende e degli utenti corra immediatamente, oggi, a Facebook, nella realtà si registra per i brand un valore percepito più alto tra gli iscrittti alle community di marca, sia per quanto concerne i valori della marca sia le opportunità di business, rispetto ai semplici fan delle branded page del social network di Zurkemberger. Sono questi i risultati emersi dalla ricerca condotta da Duepuntozero Research e Connexia, che disegna un web italiano popolato in buona misura da utenti attivi a raccogliere in rete informazioni e opinioni, ma anche sempre più proattivi e orientati a contribuire in prima persone al “diario” collettivo del brand: il 79% degli intervistati legge opinioni e si documenta online su marche, aziende e prodotti, e il 29% dichiara di partecipare attivamente a discussioni e di scrivere recensioni online di prodotti e aziende. ...

... Gli effetti positivi sulla marca che si alimentano all’interno delle brand community si traducono per le aziende anche in maggiori opportunità di business: il 65% degli iscritti a una community di marca dichiara di consumare maggiormente i suoi prodotti, rispetto al 55% degli iscritti a una brandpage Facebook.
“La costruzione e l’incremento numerico di una community”, conclude Giovanni Pola, “rappresentano degli strumenti a disposizione di brand e aziende, non obiettivi. L’obiettivo che non si deve mai perdere di vista è invece “che cosa” fare della e con la community. La profondità della relazione che si stabilisce con i suoi membri, infatti, consente di pianificare diversi livelli di interazione. Tipicamente dal livello della “conversazione”, che non si discosta molto da quanto possibile sui social network, si può salire a quello della “contribuzione” in cui dalla community provengono idee e proposte che l’azienda deve gestire attivamente, per arrivare alla “cocreazione”, in cui tra membri della community e azienda nascono vere e proprie forme di collaborazione per il miglioramento e/o lo sviluppo di prodotti e servizi, strategie e attività che assumono quasi la forma di crowsourcing.

di Massimo Bolchi
tratto da "AdV strategie di comunicazione" n.9 novembre 2012

March 06, 2012

Integrazione senza barriere.

Nel quadro del percorso di sviluppo dei mercati si afferma la comunicazione olistica, che consente ai brand di soddisfare specifici bisogni informativi e di approfondimento.

"...Oggi le marche tendono ad autoposizionarsi, grazie alla comunicazione gestita dall'azienda ma anche ai commenti degli individui: questo spiega la crescente importanza della responsabilità sociale e dell'attenzione al 'pubblico' rappresentato dai dipendenti e dal canale distributivo, dispensatore di un'esperienza di marca in grado di incidere sull'immagine. Accentuata dall'avvento della rivoluzione digitale, tale tendenza ha reso necessario pianificare piattaforme che vanno ben oltre la semplice esigenza di integrare un messaggio a livello multimediale: bisogna aprire e gestire canali di comunicazione 'in entrata' e prevedere servizi che rappresentino un livello di esperienza positiva.
...Rientrano in quest'ottica le campagne che promuovono la ricerca di ingredienti attivi naturali per proteggere il benessere familiare, le percentuali di ricavo devolute a cause umanitarie, la campagna a favore dell'utilizzo di energie rinnovabili e la celebrazione delle più belle family story del mondo via social."

..."In sostanza, l'approccio olistico al search marketing consente di supportare chi, volendo soddisfare un bisogno, cerca online informazioni e contenuti di valore pubblicati dalle aziende ed esperienze condivise da chi ha già acquistato un determinato prodotto o utilizzato un servizio."

di Mauro Murero
Tratto da "Pubblicità Italia" n.6 giugno 2011
July 28, 2011

A qualcuno piace verde.

di Valeria Zonca
Avere un approccio eco-sostenibile non è più solo possibile, ma necessario. Molte aziende si sono orientate verso politiche green, perché le credenziali verdi ‘pagano’ con vantaggi economici e nella reputazione.
‘Un giorno anche rispettare l’ambiente sarà sexy’ oppure ‘un giorno consumare meno ci farà guadagnare di più’ recitano le body copy di due spot Renault on air per promuovere la nuova gamma di auto green generation. In un altro 30” Luciana Littizzetto tifa dagli spalti di uno stadio in cui Coop gioca la partita contro la deforestazione. Risparmio energetico, compensazione delle emissioni di CO2, utilizzo di materiali da riciclo, incentivazione all’uso di mezzi pubblici o adozione di veicoli aziendali elettrici, piani di rimboschimento, risparmio di materia prima di packaging: sono sempre di più le aziende ‘virtuose’ che scendono in campo decidendo di comunicare l’importanza di pensare in verde, anche se il concetto di marketing si era fatto strada qualche decennio fa. La green economy ha registrato, nonostante la crisi, tassi di crescita alti e la responsabilità nei confronti dell’ambiente è diventata un fattore di marketing, che coinvolge tutte le imprese in una rincorsa alla cultura ecologica.
Ovviamente non basta lanciare messaggi in questo senso, le aziende devono attuare politiche ambientali chiare e trasparenti. (...)

Tratto da "Pubblicità Italia" n.6 giugno 2011
January 24, 2011

Progettare emozione.

“Il mondo dell’ufficio ricerca nuovi percorsi progettuali e scopre le emozioni.
Colore e luce per dare corpo a spazi pensati da architetti e designer all’insegna del tocco umano. Oggi è il cervello, il principale mezzo di produzione, che segue il lavoratore dovunque. Domenico De Masi, docente di sociologia del lavoro e Preside di Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma punta quindi sullo sforzo progettuale che devono compiere le aziende per umanizzare gli spazi del lavoro, scrigni della creatività!”
Di Paola Carimati - tratto da "Ottagono"

Sposando appieno tale filosofia, ParsifalDesign ha suggerito a Formamentis un nuovo modo di pensare e vivere l’ambiente-lavoro ovvero uno spazio multidimensionale in cui far convivere in perfetta armonia aspetti aziendali, funzionali e umani. Con grande inventiva progettuale e ridisegnando il concetto di lavoro come conseguenza pura di creatività, è nato così un “contenitore emotivo” originale, un luogo in cui la dimensione umana diventa punto di riferimento focale, centro assoluto del progetto e dell’interior design.

ParsifalDesign. Nuove idee per i tuoi spazi.


May 26, 2010

Non dimentichiamo che... “People is people”.

di Laura Franconi
“Quello di “immagine di marca” è un concetto datato e non è più in grado di per sè di dare risposte complete per stimolare interesse e domanda da parte dei consumatori.
Credo che quattro siano gli attributi fondamentali che le marche devono ricercare per rendere la propria comunicazione differenziante ed efficace.
LA RILEVANZA. Se una marca non è rilevante nella vita delle persone c’è il rischio che si produca un consumo virtuale. Si “acquista” la pubblicità ma non si compra il prodotto. Un buon gradimento di immagine non è garanzia di concreto atto d’acquisto.
LA VICINANZA. Una marca deve essere vicina al proprio consumatore, utilizzando tutti i touch point a sua disposizione, per creare senso di prossimità e familiarità.
L’ASCOLTO ATTIVO. Una marca, quando comunica, deve saper dimostrare che è stata capace di intercettare dei genuini “consumer insight”, dei desideri e bisogni reali.
L’ETICITÀ. Sempre di più questo attributo fa e farà la differenza e concorre a creare la sua reputazione. Il concetto di reputazione è più profondo e duraturo del concetto di immagine.”

...Come si sviluppa una comunicazione di marca in maniera decisamente multicanale?
Pensiamo alle grandi campagne che McCann Erickson ha realizzato per MasterCard (concept Priceless), per Gazzetta dello sport “Tutto il rosa della vita”, il concept 100% naturale per Yomo e Carletto per i sofficini Findus. Per questi e altri casi abbiamo colto un consumer insight, abbiamo generato una “big Idea” e abbiamo dato origine a campagne di comunicazione decisamente multicanale. Detto questo e data la grande frammentazione dei canali e la conseguente complessità della comunicazione di oggi, rimango convinto del fatto che "PEOPLE IS PEOPLE" ovvero che le persone in quanto tali continuino a vivere sentimenti e a provare emozioni quando si racconta loro, nel modo giusto, una storia di marca emozionalmente coinvolgente.

Tratto da "ADV Strategie di comunicazione" n.2 marzo 2010

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December 02, 2009

Il visual che attrae.

di Laura Franconi
Il “nuovo” consumatore si relaziona direttamente con i prodotti, il più delle volte li sceglie per impulso direttamente davanti lo scaffale. L’impatto che viene esercitato dai contenuti visual e dal pack diventano quindi fondamentali, oggi più di ieri. “Se pensiamo al prodotto come a una persona, possiamo dire che l’identità visiva corrisponde all’insieme di gesti, parole, vestiti, accessori e particolari con cui un individuo si rapporta alla società: quindi tutto ciò che ci permette di esprimere la nostra essenza e il nostro modo di essere, compresi quegli espedienti che ci consentono di “guidare” le attenzioni esterne su un nostro particolare aspetto”, spiega Ilaria Scardovi, Amministratore Delegato di Carré Noir Italia. “Se pensiamo ai molteplici significati, talvolta molto soggettivi, che può avere la scollatura di un top o il colore di una montatura, possiamo finalmente intuire l’importanza di un dettaglio in un packaging o in un marchio”. Diventa quindi rilevante capire quali siano le esigenze, sia funzionali sia estetiche, dell’individuo nei confronti di un prodotto. “Generalmente, per il grande pubblico le aspettative estetiche vengono definite dal complesso di linguaggi e codici complessivamente utilizzati in una precisa area merceologica. Questo é il motivo per cui anche il consumatore meno attento riesce a individuare facilmente quelle confezioni che risultano “boderline” rispetto al mercato: pensiamo all’immagine “povera” di alcune referenze da discount o alla grafica spesso “old style” dei prodotti distribuiti localmente...

…“Quando le riflessioni sul posizionamento e sugli obiettivi si traducono in un’idea che potenzia la strategia e in una veste grafica distintiva, il pack diventa lo strumento fondamentale per costruire un’immagine di prodotto vincente in uno scaffale sempre più affollato”...

Tratto da “ADV Strategie di comunicazione” n. 5 giugno 2009

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November 03, 2009

Stili di vita nuovi, dopo il ciclone internet.

di Laura Franconi
“Dal punto di vista dei contenuti la novità più rilevante è che oggi la comunicazione deve essere guidata dal consumatore e non dal prodotto”, esordisce Michele Mariani, Direttore Creativo Esecutivo Armando Testa. “Bisogna cercare di comunicare alle sue condizioni, di intuire i suoi veri bisogni, le sue passioni. Ma non é sufficiente raccontargli i prodotti e spiegarne i vantaggi; bisogna alimentare i suoi desideri, soddisfare la sua voglia di novità. In un momento in cui la gente é insicura, é importante comunicare in modo onesto, ma é altrettanto fondamentale costruire un forte legame emotivo con il pubblico”. Inoltre occorre trovare il modo di incrociare la sua strada. E l’evoluzione dei nuovi media ha moltiplicato le possibilità di incontrare il target in situazioni e luoghi diversi. “Ecco perché diventa fondamentale tracciare i suoi movimenti, per avere la certezza di intercettarlo al momento giusto nel “media” giusto. Dal punto di vista dei contenuti, poi, non é sufficiente declinare la stessa idea su tutti i media ma é importante plasmarla e adattarla in modo da avere una presenza della marca sui vari media multiforme, efficace e innovativa”...

...“Al di là del mezzo prescelto, rimane fondamentale la qualità delle idee, la capacità di raccontare storie, la volontà di stupire nel rispetto assoluto della marca”...

Tratto da “ADV Strategie di comunicazione” n. 5 giugno 2009

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September 07, 2009

Branding, per cavalcare la crisi.

di Laura Franconi
...”In tempi difficili come l’attuale, una marca con un’identità forte e con una propria autorevolezza dispone di qualche freccia in più nel proprio arco”, esordisce Gaetano Grizzanti, Direttore di Univisual Brand Identity Consulting e docente di Branding all’accademia Santa Giulia di Brescia. “Credo che per le aziende italiane, mercato composto al 95% di microimprese, sia il momento di evolvere il proprio business da una strategia basata sul prodotto verso una strategia orientata al brand. Quest’ultimo, infatti, sempre più sta diventando non solo un elemento di crescita e sviluppo, ma addirittura di sopravvivenza. Gli strumenti di cui la marca può avvalersi per conseguire e mantenere la propria forza e distintività sono la coerenza e la chiarezza. Il modo di porsi sul mercato deve essere ponderato con attenzione, riducendo al minimo i compromessi e cercando di mantenere un atteggiamento etico e, quindi trasparente”. Tutto ciò è indispensabile perché, oggi più che mai, la marca è posta sotto la lente d’ingrandimento del consumatore, che la osserva e la giudica, non solo attraverso valutazioni sul prodotto, ma anche in base ai suoi comportamenti.

Tratto da “ADV Strategie di comunicazione” n. 2 marzo 2009

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